Riflessione di Flavio Gotta, delegato al Sinodo delle Chiese in Italia, già presidente diocesano di AC e attuale segretario del Consiglio Pastorale Diocesano
Il Vescovo di Roma Francesco prima, ora Papa Leone e in generale il sentire diffuso nella comunità di credenti parlano di un approccio sinodale che è cruciale per tentare di essere Chiesa fedele al sogno di Dio.
Non è una moda a cui conformarsi e neanche una sequenza di istruzioni da eseguire, per questo è tanto difficile comprenderla e viverla nelle dinamiche quotidiane. Ce ne accorgiamo tutti quando in parrocchia, in Consiglio Pastorale, nei nostri gruppi proviamo a camminare insieme, senza uno che va avanti e altri che lo devono seguire, lui (o lei) concentrato sul cammino da fare, sull’aprire la strada e poi non si accorge che dietro qualcuno è caduto, qualcuno è stanco, qualcuno ha tenuto il passo ma non comprende più quale sia la meta e qualcuno magari è già andato oltre cambiando leggermente percorso e portandosi dietro un pezzo del gruppo.
Quando siamo troppo concentrati sulla meta (o su noi stessi) si rischia proprio di perdere il gruppo, quando ci fermiamo a stare bene nel gruppo dimentichiamo che siamo invitati a raggiungere una nuova tappa dove ci saranno prati erbosi, panorami mozzafiato e tanta bellezza in più per tutti.
Non è un equilibrio facile e la sinodalità è un modo di provare a camminare in equilibrio.
Proprio perché appare una novità scontata mi fa venire in mente un bambino appena nato, dopo pochi mesi lo diamo per scontato, è un bambino, non è il primo e neanche l’ultimo… ma un bambino è da capire, da contemplare e da prendersene cura allo stesso tempo, se vogliamo che cresca e impari a parlare, camminare, nutrirsi da solo e non muoia prima del tempo.
Un bambino spesso è scomodo, ci obbliga a stare svegli di notte, a capire perché piange, quando ha fame, quando ha bisogno di essere cullato per sentirsi protetto e riuscire a dormire. Ma il sorriso di un neonato se lo guardi ti rapisce, ti porta accanto al Regno con quella semplicità disarmante. Il Natale è diventato poesia e a volte retorica: saper scorgere in un bambino il “Dio con noi” non è affatto scontato come ce lo raccontiamo.
Vale anche per la sinodalità, una creatura che sembra nulla di nuovo ma che dobbiamo guardare, ascoltare, frequentare se vogliamo scorgere Dio che cammina con noi sulle strade del nostro tempo. Se l’archiviamo come “un bambino qualunque” ci perdiamo l’immensità del Regno accanto a noi.
Non ci possiamo stupire che non riusciamo a essere sinodali, non lo siamo più stati per troppo tempo e adesso re-imparare è difficile, siamo pieni di consigli dei pediatri dello spirito che seguono le regole scritte sui libri ma poi quando una comunità sta male, quando vomita o quando è iperattiva e capisci che devi aiutarla a trovare un equilibrio, come di fronte ai neonati ti senti impotente oppure agisci d’imperio.
Sento profondamente che non possiamo annichilire il bambino che ci sta di fronte, la sinodalità è da guardare, praticare, non abbandonarla a sé stessa. Scappa la voglia sia in chi se ne vuole prendere cura sia in chi vorrebbe togliersi il problema, dobbiamo avere la consapevolezza che nessuno se l’è inventata, è un dono di Dio come un figlio. Sarà pur vero che c’è l’intervento dell’uomo ma quell’intuizione, quello stare vicini al punto da generare una novità non determinano i contorni del nuovo nato, in quella nuova creatura c’è anche l’opera di Dio (per chi crede), la Storia della Salvezza è un atto sinodale da dopo che Dio ha scelto di condividere la storia con gli esseri umani, da Adamo ed Eva in poi.
Quindi diamoci tempo, impegno, pazienza e desiderio di vedere crescere la sinodalità, il figlio non facilmente gestibile che la Chiesa oggi ha tra le mani, che è tutto suo e possiamo diventare dei padri-padroni o dei genitori fragili, possiamo prendercene cura facendola esprimere per quella che è stando al nostro posto e partecipando alla sua crescita ma senza appropiarcene.
Spero solo che gli uomini e le donne nella Chiesa non la ripudino, non la abbandonino e non la costringano a essere quel che non è: la sinodalità è il dono di Dio per il nostro tempo, potrebbe diventare la più bella eredità da lasciare a chi è attorno a noi e a chi verrà dopo di noi.
